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"Paese mè, 'n te pozze mai scurdà ...".Le semplici, toccanti parole della celeberrima canzone popolare abruzzese "Paese mè", del M.o Antonio Di Jorio, sono l'espressione più genuina per descrivere il profondo ed indissolubile vincolo affettivo che lega ogni uomo, per tutta la sua esistenza, al paese natio.

Questo sito è dedicato a tutti gli abruzzesi che vivono lontano dalla loro terra e si propone, per quanto possibile, di offrire loro le immagini più significative dei luoghi in cui hanno visto la luce e mosso i primi passi.
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Altra opera di Mons. Giuseppe Di Filippo pubblicata su questo sito: VIA CRUCIS - Versi in Vernacolo con traduzione
 
Un ringraziamento a Don Giuseppe per averci dato la possibilità di pubblicare alcuni suoi pregevoli lavori su "Viaggio in Abruzzo.it".
 
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I bozzetti che illustrano alcuni Proverbi, Modi di dire e Cantilene sono del M.o Federico Tamburri

Pag. 3 - MODI DI DIRE, CANTILENE, VOCABOLARIETTO
Indice: Prefazionedel Prof. Giuseppe Profeta (Pag. 1) I Proverbi e il dialettoPresentazione dell'Autore (Pag.1)
  1. - PROVERBI (N° 135 - Pag. 2)
  2. - MODI DI DIRE (N° 63 - Pag. 3)
  3. - CANTILENE (N° 19 - Pag. 3)
  4. - VOCABOLARIETTO (N° 432 vocaboli- Pag. 3)

 


 

NOTA
Al solo scopo di evidenziare la fonetica della vocale " e " che nel dialetto atriano si pronuncia in svariati modi, ho pensato di usare gli accenti nel modo seguente: l’accento circonflesso per indicare la " ê " stretta, l’accento acuto per la " é " aperta, l’accento grave per la " è " muta accentata. E’ evidente che l’accento grave verrà usato anche per tutte le altre accentazioni accessorie. La " e " semplice, quando non funge da congiunzione, è sempre muta.

 

2 - MODI DI DIRE (N° 63)
N.B. Al testo scritto in giallo è collegato un bozzetto illustrativo. Cliccare su di esso per aprire l'immagine.
 
  MODI DI DIRE TRADUZIONE SPIEGAZIONE
1- “A l’Ascensiêne li cille manghe l’ove arecapevodde”. All’Ascensione gli uccelli neanche l’uovo capovolgono. Ai cristiani, nei giorni festivi, non è consentito fare lavori servili. Anche l’Ascensione è un giorno festivo e, per ricordare che non bisogna lavorare, il detto assicura che, in tale giorno, non lavorano neanche gli uccelli.

 

2- “A la prem’acque d’ahêste lu povere da lu rècche s’arechenêsce”. Alla prima pioggia di agosto il povero e il ricco si riconoscono. Si tratta di fare una semplice constatazione che, specialmente una volta, era molto evidente: con i primi freddi, il ricco, avendo più possibilità, comincia ad indossare qualche abito più pesante di cui forse il più povero è sprovvisto.

 

3- “Acque e foche nen trova loche”. Acqua e fuoco non trovano luogo. L’acqua e il fuoco sono inesorabili nella loro marcia verso la distruzione. Perciò è inutile frapporre ostacoli perchè, presto o tardi saranno superati.

 

4- “Apre l’ucchie e spannele, cà nen hé callare che se arecagne”. Apri l’occhio e informati perchè non è una pentola che si può cambiare. E’ una esortazione che si rivolgeva ad uno che si apprestava a sposarsi, quando il matrimonio era considerato ancora come una cosa seria. Nel detto “spanne” si presuppone un sottinteso che dovrebbe essere “la voce”, cioè infòrmati. Il vero significato del verbo in questione è “spandere, esporre”; così si diceva, ad esempio degli ambulanti che espongono la loro merce nelle fiere e nei mercati: “ha spase..” vuol dire ha esposto, ha mostrato la merce. Il verbo si usava anche come sostantivo per indicare la merce o altre cose esposte: “ha fatte la spase” cioè ha esposto tutta la mercanzia. In breve, il detto è il seguente: “sii guardingo se ti vuoi sposare perchè il matrimonio non si può ripetere una seconda volta”.

 

5- “Bon viagge e longa strate, ogne passe nà cascate”. Buon viaggio e lunga strada, ogni passo una caduta. E’ un detto che comincia con un buon augurio e finisce invece diversamente. Molte volte la seconda parte veniva pronunciata sottovoce perchè colui che riceveva l’augurio non sentisse poi il resto.

 

6- “Botte botte, stélle stélle”. Intraducibile!!! Una volta, per riscaldarsi, occorreva la legna da ardere e c’erano degli spaccalegna che pensavano alla bisogna. Quando lo spaccalegna era particolarmente bravo, ad ogni colpo di accetta, si otteneva dal tronco un pezzo di legno che veniva chiamato “la stella”. Perciò: tanti colpi, tanti pezzi di legna “stelle”. Il detto si potrebbe tradurre: ad ogni azione il suo successo.

 

7- “Cambe c’arecurde”. Vivi che ricorderai. Se uno vive assisterà a tanti avvenimenti che poi avrà modo di ricordare, se uno invece muore si troncherà tutta la sua esperienza. L’invito a vivere è perciò anche un invito a poter ricordare.

 

8- “Carnavale pè tê, quarêseme pè l’ijddre”. Carnevale per te, quaresima per gli altri. Molte volte c’è chi invita alla morigeratezza, e lui non è morigerato, invita all’austerità, quando lui gavazza nello spreco. Non poche volte è il modo di comportarsi dei politici che, mentre vogliono abbassare le paghe degli altri, invocando la ristrettezza, loro invece si aumentano le proprie.

 

9- “Carnavale valénte valénte, huije la carne dumane la lénte”. Carnevale valente valente, oggi la carne domani la lenticchia. L’ultimo giorno di carnevale precede immediatamente il mercoledì delle ceneri con cui inizia la Quaresima. Perciò, il giorno di carnevale si mangia la carne, il giorno dopo la lenticchia perchè la Chiesa impone l’astensione dalle carni.

 

10- “Ce fusse tanta puste ‘n Paradèse!”. Ci fosse tanto posto in Paradiso! Il Paradiso forse è l’unico posto in cui si starebbe volentieri anche se stretti. Si è soliti esprimersi in questo modo quando ci si trova dinanzi a chi si lamenta di non trovare mai posto da nessuna parte.

 

11- “Ce vò ‘cchiê na spose a visterse che nu tempe a mutirse”. Ci vuole più una sposa a vestirsi che il tempo a cambiarsi. E’ un detto che può essere definito “lapalissiano”, tanto è evidente nei suoi dettagli. E’ quanto mai risaputo che la sposa impiega parecchio per vestirsi. Essa non è mai sola con la sarta per compiere la cerimonia della vestizione ed allora tutte le presenti hanno da dire qualcosa per rettificare, abbellire e complicare quei momenti che sono, indubbiamente, pieni di emozioni. E’ altrettanto vero che il tempo si muta in un baleno. Da un cielo sereno e senza nubi, si passa ad un cielo imbronciato e pieno di minacce. Specie in montagna ci si può ritrovare, da un momento all’altro, con una situazione che può essere anche particolarmente pericolosa.

 

12- “Chije vò Ddèije se lu preghe”. Chi vuole Dio se lo preghi. Quando abbiamo qualche problema e cerchiamo di rivolgerci a qualcuno, inizialmente troviamo qualche appoggio, ma poi l'interesse si interrompe. Allora viene proprio spontaneo di dirsi: se hai bisogno di qualche cosa cerca di risolvertela da te.

 

13- “Come lu casce sopra li maccaréne”. Come il formaggio sopra i maccheroni. E' risaputo che il formaggio è un ingrediente che va molto d'accordo con un piatto di pastasciutta. Quando, perciò, una circostanza cadeva a proposito, si usava il detto per dimostrare l'adeguatezza del fatto riscontrato.

 

14- “Crêce de vacche ‘nge attacche”. Intraducibile. E’ una di quelle poche espressioni di cui non si conosce il preciso significato letterale per cui non si sa proprio come renderla in lingua italiana. Si usava, specialmente tra ragazzi, quando si voleva fare una specie di giuramento.

 

15- “Curnête e mazziàte”. Cornuto e bastonato. Il detto non si riferisce soltanto al caso specifico enunciato, ma a tutte le volte che una persona ha fatto una cosa che gli è costata non poco e, ciononostante, è stata male ricompensata.

 

16- “Ddèije prème le fa e dapù l’accumbagne”. Dio prima li fa e dopo li mette assieme. Questa frase si usa dire quando si incontrano due persone, meglio se marito e moglie, che vanno d’accordo fino al punto di avere gli stessi difetti. Questo incontro non lo si considera soltanto voluto, ma anche predestinato.

 

17- “Dova spête ijè facce na fènde”. Dove sputo io, faccio sgorgare una fontana. E’ l’espressione di uno sbruffone il quale esalta immodicamente le sue possibilità: dal poco riesco a trarre molto. A questo detto fa riscontro l’altro che veniva pronunciato da un interlocutore dello sbruffone e che suona così: “Cale, cale – cala, cala”.

 

18- “E’ colpe de la gatte se la patrêne è matte?”. E’ colpa del gatto se la padrona è matta? E’ un modo di dire per affermare che i cosiddetti colpi di testa, sono imputabili alla persona che li compie e non ad altri. E’ facile accusare e rimbalzare agli altri le manchevolezze che sono soltanto nostre.

 

19- “Fà da matte pè nen pagà lu ‘ddazie”. Fa finta per non pagare il dazio. Il dazio era una gabella comunale che, credo, non sia più in atto almeno sotto questo nome. Si pagava su alcuni generi alimentari che erano in vendita. Si usava dire questa frase a chi faceva il finto tonto e dichiarava di non saper nulla in merito a cose che certamente conosceva e di cui, forse, non voleva prendersi responsabilità.

 

20- “Fenète la féste, gabbate lu Sante”. Finita la festa, gabbato il Santo. Facendo festa ai Santi, si concepiscono anche dei buoni propositi, per cui si promette di essere più buoni e di comportarsi meglio nella vita. Passato quel momento, però, i buoni propositi scompaiono e si riprende il solito tran tran. Un poco come i marinai con le loro promesse al momento del naufragio che non vengono mantenute quando torna la bonaccia.

 

21- “Frine, pedàle e cale”. Frena, pedala e scendi. Detto senza significato che si rivolgeva a qualcuno che presumeva di sè e lo si sfotteva scherzosamente.

 

22- “Guàrdete da li signàte da ‘Ddèije”. Guardati dai segnati da Dio. I segnati da Dio sarebbero quelli che nascono con un difetto fisico, essi sarebbero stati segnati con un segno particolare al momento della nascita. Queste persone, secondo la credenza popolare, sarebbero pericolose perchè forse invidiose dello stato di perfezione degli altri.

 

23- “Ha fatte la ijète de lu corve”. Ha fatto l'andata del corvo. Come il corvo, di cui ci parla la Bibbia nel racconto del diluvio, fu liberato da Noè dall'arca e non vi fece più ritorno, così, nel detto, si dice di colui che, essendo stato inviato a fare una faccenda, non è più tornato e non ha dato più notizie di sè.

 

24- “Ha ijète a fà la térre pe lì cèce”. E’ andato a preparare la terra per i ceci (è morto). E’ un concetto pagano della morte che non tiene conto dell’immortalità dell’anima. Chi muore si corrompe nel corpo, ma sopravvive nello spirito. Anche il corpo però deve essere rispettato perché è stato albergo dell’anima e risusciterà alla fine dei tempi.

 

25- “Ha pahére e ‘nge crète”. Ha paura e non ci crede. Molte persone hanno paura di tante cose, ma il loro comportamento fa pensare che non ci credono troppo. Si ha paura delle conseguenze del fumo, eppure si fuma. Anche il mangiar troppo fa male, eppure si mangia a crepapelle. Sembra sia fatale che certi convincimenti vengano attuati quando ormai è troppo tardi.

 

26- “Hatre de tre ‘bbellêzze adorne: nébbie, cambane e corne”. Atri è adorna di tre bellezze: nebbia, campane e corna. Le campane di Atri sono rinomate da sempre in tutte le parti del mondo. Della nebbia parleremo più avanti ed è un fatto assodato anche questo, non riesco a capire la questione delle corna che, purtroppo, non sono una prerogativa di Atri, bensì ramificano incontrastate un pò ovunque.

 

27- “Hij menéte a ‘remurè li cannêle”. Sei venuto a spegnere le candele. E’ risaputo che prima di iniziare una cerimonia religiosa si accendono le candele e si spengono invece alla fine. Se uno arriva in ritardo ad una qualsiasi manifestazione o appuntamento, può essere giustamente apostrofato con questo proverbio.

 

28- “Ijà ‘ndrate lu pêgge dentre a la rêcchie”. Gli è entrata la pulce nell’orecchio. Alle volte può succedere che uno si incattivisca o si renda più furbo del necessario. Una pulce nell’orecchio provocherebbe un’eccitazione rilevante. La stessa cosa può succedere per chi, all’improvviso, scopre delle cose a cui non aveva mai pensato.

 

29- “La corse dell'asene dure poche”. La corsa dell'asino dura poco. A ciascuno il suo e secondo le proprie possibilità, questa è la morale del detto. L'asino è resistente ma non scattante, per cui non gli si può chiedere una prestazione di cui non è capace. Così è anche per le persone: se uno non ha tante possibilità, non si può pretendere la lui l'impossibile.

 

30- “La curène porte lu fiasche arréte a li rène”. Il garbino porta il fiasco dietro le reni. Il garbino è un vento caldo che spira da sud. Ora, siccome è risaputo che dopo il vento caldo viene la pioggia, il detto ci dice che il vento caldo porta il fiasco dell’acqua dietro la schiena.

 

31- “La fêmmena ‘bbaffête ha simbre piacête”. La donna baffuta è sempre piaciuta. E’ una espressione universalmente conosciuta e il motivo di tale compiacimento per una donna fornita di baffi dovrebbe essere studiato più a fondo. Forse perchè la peluria accentuata è segno di forza e di vigoria.

 

32- “L’harte de Macalasse: magne bève e va a spasse”. L’arte di Macalasso: mangia beve e va a spasso. “Macalasso” doveva essere qualche riccone dei tempi andati il quale si poteva permettere il lusso di fare la bella vita. Si è continuato a dire questo detto nei riguardi di tutti i fannulloni i quali, forse non avendo le possibilità di Macalasso, ne seguono però i comportamenti.

 

33- “L’harte s’ammale ma ‘nze more”. L’arte si ammala ma non muore. E’ un detto molto vero perché, in realtà, se uno è un vero artista, può avere dei momenti di rilassamento o di stasi, ma l’arte tornerà a rifulgere e a rivelarsi in tutto il suo rigoglio. L’arte, perciò, se c’è, non scompare mai.

 

34- “Li schijrne nasce all’horte”. Gli scherni nascono nell’orto. “Li schijrne”sono qualcosa di più e un pò anche di diverso, dagli “scherni” della lingua italiana. In particolare, sono le meraviglie che noi ci facciamo, e quindi il conseguente biasimo, per certi atteggiamenti e per certi modi di fare della gente. Il monito del detto è il seguente: guardati dal biasimare i comportamenti anche sbagliati degli altri perchè te li potresti ritrovare tra i piedi ed essere tu stesso biasimato dagli altri per le stesse cose.

 

35- “Li sulde fa ijè l'acque annammênte e annabballe”. I soldi fanno andare l'acqua in su e in giù. E' legge di natura che l'acqua scorra verso il mare, ma, per farla scorrere in senso contrario ci vogliono dei mezzi artificiali che lo consentano e questi mezzi costano. Il modo di dire ci vuol far capire che con il denaro si può fare qualunque cosa.

 

36- “Lu cercà è vicène a lu pijì”. Il chiedere è vicino al prendere. Chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto, diceva Gesù. Se uno non notifica le sue necessità a chi può soddisfarle, non sarà mai accontentato.

 

37- “Lu ferrare se ‘nde pò têgne te coce”. Il fabbro se non ti può tingere, ti scotta. Quando si ha a che fare con una persona ambigua, si deve stare molto attenti perchè, in un modo o in un altro, riuscirà a farti del male.

 

38- “Lu létte è fatte de rose se ‘nge se dorme ce se arepose”. Il letto è fatto di rose, se non ci si dorme ci si riposa. Lo sdraiarsi su di un letto è stato considerato da sempre piacevole e riposante. Odia il letto soltanto chi sta male e ci deve stare per forza. Perciò, in una situazione normale, sul letto si riposa volentieri.

 

39- “Lu levande è la spose de Hatre”. La nebbia è la sposa di Atri. E’ a tutti noto che, spesso, la nebbia avvolge nelle sue spire la collina atriana, di qui l’origine del modo di dire. Non mi risulta facile però spiegare come ciò avvenga perchè, stando Atri su di una collina, le correnti d’aria dovrebbero spazzar via la nebbia.

 

40- “Lu rése passò Vumane e ‘nze arefreddò”. Il riso passò il (fiume) Vomano e non si raffreddò. Oltre che per indicare il significato specifico, e cioè che il riso appena cotto stenta a raffreddarsi, il detto è usato quando si vorrebbe che le cose si risolvessero con maggiore celerità.

 

41- “Lu sacche sbudde ‘nze manté”. Il sacco vuoto non si regge in piedi. Questo detto sta ad indicare che, se non ci si nutre a sufficienza, non si riesce a realizzare quanto si desidera.

 

42- “Lu vène è lu latte de li vicchie”. Il vino è il latte dei vecchi. Il vino è molto ben gradito a molti, ma specialmente a quelli che hanno una certa età. C’è chi dice che fa male, c’è chi dice che fa bene, alle persone anziane però, se bevuto con parsimonia, il vino da un sostegno anche morale.

 

43- “Magge se ne passe tra féste e male timbe”. Maggio se ne passa tra feste e tempi cattivi. Il mese di maggio è il mese delle feste per eccellenza: vi capitano quasi tutte le feste del dopo Pasqua e, da noi, molte feste paesane: il Crocifisso, S.Martino, S.Rita. E’ risaputo poi che a maggio piove spesso, con la gioia dei contadini che scorgono l’esuberanza della campagna. Il detto perciò è fatto su misura.

 

44- “Magne a struzze e ‘nghelétte”. Mangia con voracità. La frase non è traducibile in italiano, come del resto avviene per tante espressioni dialettali che, in modo molto conciso, trasmettono un’idea originale. Il modo di dire si usava quando si aveva a che fare con un individuo che mangiava con tanta voracità da rasentare il soffocamento.

 

45- “Manghe li chijne!” Neanche ai cani. Anche se breve, è molto espressivo. Quando si racconta di qualche brutto incidente che ha provocato guai seri, o di qualcuno che è affetto da qualche brutta malattia, si è soliti esprimersi in tal modo. Certe brutte cose non colpiscano neanche le bestie!

 

46- “More a pezzechìte de velocche”. Muore a pizzicate di chioccia. Non soltanto le galline, ma anche tutti i passeracei beccano ripetutamente per ingerire delle piccole quantità di cibo. Il detto, allora, si usava per significare che una persona soffriva per continui, ripetuti piccoli guai, o per dolori che, pur non insopportabili, non cessavano di dare fastidio.

 

47- “N‘andru palme che crèsce arrève a coije li cèce ‘nghe la canne”. Se cresci un altro palmo riuscirai a raccogliere i ceci con la canna. Detto molto sprezzante per una persona di bassa statura. E' risaputo che i ceci crescono in un arbusto basso che, addirittura, si affloscia sul terreno. Se uno ha bisogno della canna per cogliere i ceci, vuol dire proprio che è molto basso di statura!

 

48- “Ogge è Sant'Amèche, se ha aperte tutte li pendèche”. Oggi è S. Amico, si sono aperte tutte le botteghe. Si usava dire dello smemorato che, andando al bagno, dimenticava di chiudere la chiusura dei pantaloni. Si usava scherzare constatando questo incidente.

 

49- “Ogne case té nu pênge rêtte”. Ogni casa ha una tegola rotta. Purtroppo non sono molte le famiglie in cui tutto procede alla perfezione, quando meno te l’aspetti ti capita di avere qualche sorpresa. Non giova neanche sempre l’educazione dei genitori perchè, qualche volta, da famiglie ineccepibili viene fuori una pecora nera.

 

50- “Panza satêlle, daije repose”. Dà riposo allo stomaco sazio. Sembra la traduzione popolare della massima della Scuola Salernitana “Post prandium, aut stabis, aut lente ambulabis...dopo il pranzo, o starai fermo, o passeggerai lentamente”. Se non si vogliono avere disturbi, dopo pranzo, non bisogna affaticarsi.

 

51- “Parapatte e pace”. E’ un patto di pace. Questa espressione si era soliti pronunciarla quando si restituiva qualcosa che si era ottenuta in prestito. Serviva ad indicare che non vi erano più debiti e pendenze.

 

52- “Pare la fabbreche de Sanda Marèije”. Sembra la fabbrica di Santa Maria. E’ chiara l’allusione alla Cattedrale di Atri, Chiesa molto grande. Quando un edificio è di così grande mole non si finisce mai di completarlo interamente. Senza dire poi che bisogna correre ai ripari perché spesso succedono dei guasti che bisogna riparare con sollecitudine.

 

53- “Parte, senza parte e parte”. Parte, senza parte e parte. E’ una frase balorda che, così come si presenta, non ha alcun significato. Quando si andava insieme, in due o più ragazzi, se si trovava qualcosa per terra, era costume che si dividesse in parti uguali .La divisione però non avveniva se, colui che aveva visto per primo l’oggetto, pronunciava la frase fatidica.

 

54- “Passe huije cà vé dumane”. Passi oggi che verrà domani. Si usava dire questo detto quando si auspicava che passasse presto la giornata in corso, forse non troppo fortunata, con la speranza che arrivasse presto il domani più felice.

 

55- “Pè la féste de Santa Areparate tutte li lève se ha maturate”. Per la festa di Santa Reparata tutte le olive sono mature. Il detto ha lo scopo di segnalare soltanto il fatto. C’è da dire però che la festa di S.Reparata viene celebrata in primavera e in autunno, è evidente perciò che la festa di che trattasi è quella che si celebra in autunno e che veniva chiamata “Sant’Arparate de venegne”.

 

56- “Quande la léne té lu lache, piove”. Quando la luna ha il lago piove. Il lago sarebbe l’alone che, qualche volta, la luna ha intorno. Secondo gli antichi, questo particolare era il segnale di una perturbazione atmosferica in arrivo. In realtà i nostri padri osservavano la natura più di noi e riuscivano a prevedere eventi che a noi, purtroppo, sfuggono.

 

57- “Robba truvate nen è ‘rrubbate, se arehésce lu patrêne ce vò lu regale”. Roba trovata non è rubata, se si trova il padrone ci vuole il regalo. E’ vivo convincimento nel popolo che chi trova qualsiasi cosa se ne appropri. Se poi si trova il proprietario, costui deve ricompensare in qualche modo colui che ha trovato la cosa smarrita.

 

58- “Se ha culate la campane”. La campana si è fusa. Questo modo di dire si usa quando si è impiegato molto tempo per risolvere un problema e finalmente si arriva alla soluzione.

 

59- “Spare e fa bon gioche”. Spara e fa buon gioco. Ai tempi della mia fanciullezza ci si divertiva nei modi più impensati. Non avendo a disposizione le bocce, che costavano caro, ci si arrangiava servendosi di pezzi di mattone o di pietre vive schiacciate. Il gioco consisteva nell’avvicinarsi il più possibile ad una pietra che fungeva da pallino. Molte volte, per fare il punto, bisognava allontanare con forza il mattone del compagno che si era avvicinato di più, di qui la frase. Per fare un buon gioco bisognava sparare al pezzo di mattone più vicino.

 

60- “Te fa male lu vrote grasse”. Ti fa male il brodo grasso. Quando uno è dotato di beni economici, per lo meno sufficienti, e si lamenta perchè non ce la fa a campare, oppure si trova in una situazione di serenità e tranquillità eppure non è contento, si è soliti redarguirlo dicendogli: ti fa male la troppa abbondanza.

 

61- “Troppa grazie Sant'Andonie”. Troppa grazia Sant'Antonio. Il detto è derivato da un fatto presumibile. Si racconta che un tizio che non riusciva a montare a cavallo si rivolge a S. Antonio perchè lo aiutasse. Dopo l'invocazione al Santo rifece il tentativo e, questa volta, il salto fu tanto grande da passare, addirittura, dall'altra parte, di qui il detto. S. Antonio aveva un pò esagerato nell'esaudirlo.

 

62- “Vattele a piìj’ ‘n zaccocce”. Vattela a prendere in saccoccia. Quando si voleva prendere in giro qualcuno o lo si voleva mandare a quel paese affermando di non aver nulla da dare e l’altro nulla da pretendere, si usava questa espressione invitando l’interlocutore a fare qualche sopralluogo in tasca.

 

63- “Vicchije e frastire sà vante”. Vecchi e forestieri si vantano. I vecchi raccontano avventure e successi che, data la lontananza nel tempo, possono essere ampliati e non è facile controllare, i forestieri, poi, possono inventare quello che vogliono, tanto nessuno può sapere quello che hanno combinato altrove.

 


3 - CANTILENE (N° 19)
 
  CANTILENE TRADUZIONE SPIEGAZIONE
1-
“A Sant’Agnése
‘nze fele e ‘nze tesse,
‘nze mêtte lu fele all’ache
Sant’Agnese scè laudate”.

 

A Sant’Agnese
non si fila e non si tesse
non si mette il filo nella cruna
Sant’Agnese sia lodata.

 

Nei tempi passati le donne dovevano essere molto devote di S.Agnese se, nel giorno della sua festa, era proibito svolgere i lavori femminili della tessitura e della sartoria.
2-
“Coccia pelate ‘nghe trenta capèlle
tutta la notte ce cante li grèlle
e li grèlle ce ha cantate
buona notte coccia pelate”.

 

Testa pelata con trenta capelli
tutta la notte ci cantano i grilli
e i grilli ci hanno cantato
buona notte testa pelata.

 

Non c’è molto da dire su questa cantilena che, come si può constatare, non ha un senso vero e proprio, nè vi sono sottintesi. Un burlone, sicuramente, nel concepirla, si è preoccupato solamente di rispettare la rima.
3-
“Chêrre chêrre Cannelore
cà mò arreve Biasciòle,
se ce nêngue e se ce piove
sême ‘mmézze a vérne ‘bbone,
se ce sta lu suletille
sême ‘mmézze a vernarille,
se ce sta lu sole ‘bbone
da li ‘mmérne seme fore”.

 

Corri corri Candelora
perchè adesso arriva S.Biagio,
se nevica e piove
siamo in pieno inverno,
se c’è un pò di sole
siamo alla fine dell’inverno,
se c’è sole abbastanza
l’inverno è finito.

 

Il giorno della Candelora è il due febbraio, S.Biagio, invece, è il tre. Se il tempo è brutto, siamo ancora in pieno inverno, se c’è un pò di sole, l’inverno sta per finire, se invece il tempo è buono, l’inverno è ormai un ricordo. Una volta il tempo rispettava questi canoni, oggi purtroppo non ci si capisce più nulla.
4-
“Chicchirichì, ha nate Crèste,
dove?, a Bbattalémme
e ijêmece e ijêmece”.

 

Chicchirichì, è nato Cristo,
dove?, a Betlemme,
andiamoci, andiamoci.

 

Fantomatico discorso che sarebbe intervenuto tra alcuni animali in occasione della nascita di Gesù. Il gallo comunica la notizia della nascita, il bue chiede dov’è nato, la pecora indica la località e l’asino invita tutti ad andare.

 

5-
“’Cciatté, ‘cciatté
va a la case de Bartulummé
ca ce truve na cètela ‘bbélle
che te sone lu tammurrélle”.

 

Lucciola, lucciola
recati alla casa di Bartolomeo,
ci troverai una bella bambina
che ti suona il tamburello.

 

Anche questa cantilena è di nessun significato. L’essenziale era una certa cadenza, il ritmo e la rima. Per il resto, ogni parola era buona. Nel nostro caso, “lu cciattè”, la lucciola, era invitata a recarsi nella casa di Bartolomeo, non tanto per...far luce, quanto per ascoltare un tamburello suonato da una “cetela”, bambina bella.

 

6-
“Dumane è féste
la pépe a la fenéstre
lu sêrge a ‘bballà
la hatte a cucenà”.

 

Domani è festa
la pupa sta alla finestra
il topo balla
e il gatto cucina.

 

Anche questa cantilena non ha grosse pretese quanto al significato. E’ una serie di parole che, bene o male, vogliono dire che, quando è festa, ognuno cerca di rilassarsi come può.
7-
“Dindalò cambana grosse,
cénte péquere ijù a lu fosse
cénte a mê, cénte a tê,
cénte a lu fèije de lu ‘rrê”.

 

Dindalò campana grande
cento pecore giù al fosso
cento a me, cento a te,
cento al figlio del re.

 

Bastano pochi elementi per localizzare una espressione. “Cambana grosse” e “lu fosse”, fanno capire che siamo in Atri dove coesistono sia l’uno che l’altra. E’ strano che in questi giochetti sia spesso presente il figlio del re.
8-
“Li merècule de la fratte
quante è ‘bbune quande è fatte,
mò che s’ha fatte l’héve e li fèquere
schiaffete ‘mbrezzùle li merècule”.

 

Le more della siepe
sono tanto buone quando sono mature,
adesso però che sono maturati l’uva e i fichi
metti da parte le more.

 

“Schiaffete ‘mbrezzule” è una frase intraducibile che ha però un celato senso boccaccesco, l’ho tradotto con “metti da parte” che non rende al massimo il significato. L’uva e i fichi sono più buoni e più dolci per cui, al momento della loro maturazione, sono preferiti alle more.
9-
“La ‘hatte de Margarète
prème piagne e dapù rète,
la ‘hatte de Giuvanne
prème rète e dapù piagne “.

 

Il gatto di Margherita
prima piange e dopo ride,
il gatto di Giovanni
prima ride e poi piange.

 

Si sa che i bambini passano con molta facilità dal riso al pianto, basta una piccola cosa per cui scoppiano in pianto e un nonnulla per cui tornano a ridere. In casi del genere, si canticchiava ai bambini questa cantilena.
10-
“Lu suldate che và a la guerre,
magne, ‘bbêve e dorme ‘n térre,
‘nghe nu chêlpe de cannêne
bum bam battagliêne”.

 

Il soldato che va in guerra,
mangia, beve e dorme in terra,
con un colpo di cannone
bum bam battaglione.

 

Quando si voleva intrattenere un bambino che si mostrava alquanto fastidioso, si usava canticchiare questa filastrocca. E’ ovvio che non ci si riscontra alcun riferimento particolare, ma si tratta di un raccontino senza senso che spesso raggiungeva gli intenti che uno si prefiggeva.

 

11-
“’Mmézze a na larga piazze
ce và nu lébbre a spasse.
Quêste l’ha vèste,
quêste l’accèse,
quêste l’ha cucenìte,
quêste se l’ha magnate,
e lu povere nicche nicche
chije arrobbe se ‘mbicche.

 

In mezzo a una larga piazza
Va a spasso una lepre.
Questo l’ha vista,
questo l’ha ammazzata,
questo l’ha cucinata,
questo l’ha mangiata
e il povero nicche nicche
chi ruba s’impicca.

 

Anche questo è un gioco per bambini. Si prende un bimbo, gli si fa allargare la mano e si fa un giro col dito sul palmo dicendo: in mezzo ad una larga piazza...Si prendono poi le dita, cominciando dal pollice, e si dice: questo l’ha visto...ecc...Si termina col mignolo, cui non tocca niente, e si agita dicendo: povero nicche, nicche...Non so proprio spiegarmi cosa c’entri il finale: chi ruba si impicca!
12-
“Mane e mana morte
tuzzele a la porte
la porte e lu purtêne
da nu schiaffe a lu patrêne”.

 

Mano e mano morta
bussa a la porta
la porta e il portone
dà uno schiaffo al padrone.

 

Piccolo gioco che si faceva con un bambino: si prendeva il suo braccio che doveva mantenersi floscio e, accompagnandosi con una cantilena, si pronunciavano i versi suddetti mentre si agitava il suo braccino e, alla fine, si concludeva con un piccolo schiaffo sulla faccia.

 

13-
“’Ngavallêtte de l’Abbate
quanta corne porte la capre?
Sétte.
Se avèsse dette séije
‘ngavallêtte statarrèsce
‘ngavallêtte de l’Abbate
quanta corne porte la capre?
Cènque.
Se avesse détte quattre, ecc...

 

A cavalluccio dell’Abate
quante corna porta la capra?
Sette.
Se avessi detto sei
staresti a cavalluccio
a cavalluccio dell’Abate
Quante corna porta la capra?
Cinque.
Se avessi detto quattro, ecc...

 

Si tratta di un gioco per bambini. Il bambino viene messo a sedere sulle ginocchia, rivolto verso l’esterno. Mentre si pronunciano le parole della filastrocca, si agitano le ginocchia in modo da simulare una cavalcata e, dietro la schiena, si fa un numero con le dita. Il bambino deve indovinare il numero e, finchè non l’indovina, si continua con il gioco. Una volta i bambini si divertivano moltissimo in tal modo, non so quanto interesserebbe oggi un divertimento del genere, avendo a disposizione tanti altri trastulli.
14-
“’Ndonie, ‘Ndonie, ‘Ndonie,
pè la fatèije è nu demonie “.

 

Antonio, Antonio, Antonio,
lavora come un demonio.

 

Questo fantomatico Antonio doveva essere, indubbiamente, un lavoratore indefesso; non si sa bene però quale possa essere un suo rapporto col demonio tranne che quello della rima.

 

15-

 

O Gesù, o Gesù;
c’è tua madre lassù?
Si, c’è mamma e papà,
dì loro se vogliono fare l’elemosina
ad un povero frate.

 

Povero frate questuante bussa ad una casa ed invoca il nome di Gesù, nel frattempo, si affaccia una bambina e il frate domanda se c’è la mamma, la bambina risponde che ci sono ambedue i genitori ed allora il frate chiede se vogliono fargli l’elemosina.
16-

 

Piede piedino garofano bello
Angelomaria il figlio del re
ritira quel piede
perchè tocca a te.

 

Questa cantilena si riferisce ad un gioco per bambini. I ragazzi si mettevano a sedere su di un gradino oppure addirittura per terra, i piedi erano ben allungati davanti. Uno di loro si poneva davanti e toccava i piedi dei ragazzi, uno per volta, man mano che venivano scandite le parole della filastrocca. L’ultimo piede toccato alla fine, veniva ritirato. Vinceva il gioco colui che ritirava per ultimo il piede.

 

17-
“Quande sone l’Ave ‘Mmarèije,
tutte li mamme arechiame li fèije,
quande sone n’hore de notte,
tutte li mamme arevarre li porte”.

 

Quando suona l’Ave Maria,
tutte le mamme richiamano i figli,
quando suona un’ora di notte,
tutte le mamme mettono il paletto dietro le porte.

 

Come sono diversi i nostri giorni da quelli di una volta! Oggi i figli, anche se adolescenti, rientrano in casa quando vogliono, una volta invece, all’Ave Maria, quando cioè ancora ci si vedeva, le mamme richiamavano i figli e, poco dopo, mettevano il chiavistello alla porta perchè non si potesse nè entrare nè uscire.
18-
“Ucchie, ucchie pezzéte
aredamme la ‘rrobbe
che me sò perdéte”.

 

Occhio, occhio aguzzo
restituiscimi la roba
che ho perduto.

 

Quando uno perdeva qualcosa, si metteva alla ricerca accompagnandosi con questa cantilena. Da notare che, in tempi di ristrettezze economiche, come quelli vissuti nel passato, ogni cosa smarrita era persa e, molte volte, si trattava di cose di poco conto che però avevano la loro importanza. Si pensi alla parabola della dramma smarrita narrata nel Vangelo. Certamente oggi non si perderebbe tempo nella ricerca di cose perdute, ma di poco valore.

 

19-
“Zètte mà, zètte mà
mò te l’arechênde coma và
sò ijète a ‘ffa la struscerarélle
e me se ha rétte li cazzarélle”.

 

Mamma sta zitta
perchè adesso ti racconto come sono andate le cose:
sono andato a scivolare
e mi si son rotti i calzoncini.

 

Questa cantilena, che era accompagnata da una musichetta, vuole spiegare alla mamma la disavventura di un figliuolo. C’è un’altra versione più cruda e più tragica che narra di una fanciulla inesperta caduta in una disavventura con...strappi ben diversi!

4 - VOCABOLARIETTO (N° 432 vocaboli)

All’ultimo momento ho pensato che non sarebbe stato male dotare questa raccolta di un piccolo vocabolario che comprendesse le parole dialettali non più usate, per vari motivi, nel linguaggio corrente.
Si tratta di termini che non si usano più, o si usano pochissimo, perché il linguaggio è stato alquanto "ripulito", da certe forme considerate un pò sguaiate oppure di parole che indicavano utensili da cucina o agricoli non più adoperati.
Penso che, anche in questo modo, ci sarà la possibilità di conservare la memoria di vocaboli che, anche se non più usati oggi, hanno fatto parte del patrimonio della nostra cultura.
Il vocabolarietto elenca alcune centinaia di sostantivi e verbi ormai passati nel dimenticatoio.

                                                                                          L'Autore

A

Abbendà: Suonare a slancio le campane

Abbiij’: Cominciare

Abbramàte: Molto desideroso di mangiare

Abbruscì: Bruciare

Abbuttà: Rimpinzare

Accattà: Comprare

Acchiappà: Acciuffare

Acciucchirse: Inchinarsi

Accungià: Condire

Adacquà: Innaffiare

Addusulì: Ascoltare

Allamate: Infangato

Allappà: Cucire l’orlo

Allendà: Porre termine/allentare

Allucarse: Sedersi

Alluschì: Vedere

Ammascechì: Masticare

Annaschésce: Di nascosto

Annazzecà: Dondolare

Annemmòlle: In ammollo

Appezzutì: Appuntire

Appezzunète: Maleodorante

Appiccìte: Acceso/tenuto per mano

Appummette: Rincalzare il materasso

Arecapuddate: Capovolto

Arche (l’): Madia

Arecòije: Raccogliere

Arecundà: Raccontare

Areduvaijà: Rimediare

Arembasciànne: Ciò che serviva al neonato per il ricambio

Aremenè: Tornare

Aremunnà: Sbucciare

Aremurè: Spegnere

Arepéte: Ripetere

Arezelà: Riassettare la casa

Arevuccà: Fuoruscire da un recipiente troppo pieno

Arrangechète: Rangido

Arrutelirse: Rotolarsi

Assuléte: Senza altri ingredienti

Attummàte: Si diceva del carro agricolo che perso il bilanciamento si abbandonava all’indietro

 

B

Bandêne (lu): Bidone

Bangate (la): Impalcatura

Baschéije (la): Bascula

Baéije (lu): Baule

Bbattocchie (lu): Battaglio

Bbardasce (lu): Ragazzino

Bbauijêtte (lu): Piccolo baule

Bbézzeche (lu): Piccolo recipiente con beccuccio per versare l’olio

Bbuhàtte ( la): Contenitore vitreo

Bbuttagne (la): Afa

Befêce (lu): Bifolco

Biastemà: Bestemmiare

Bledente (lu): Bidente

Buffettêne (lu): Manrovescio

 

C

Cacchie (lu): Gemma

Cafurchie (lu): Stamberga

Caijòle (la): Gabbia per uccelli

Callare (la): Paiolo

Came (la): Residuo della spiga dopo la fuoriuscita del chicco di grano

Camarole (lu): Operaio che raccoglieva la came

Capabballe: Discesa

Capescale (lu): Scalinata esterna

Cappe (la): Quella del camino/mantello che in genere usavano i poveri

Cargène (lu): Fico secco

Carpenélle (la): Muschio

Carratélle (lu): Piccola botte

Carratêre (lu): Arnese per fare i maccheroni

Carrijà: Trasportare

Carrijòle (la): Carretto con una ruota

Carrijòle (lu): Contenitore di cereali a doghe in legno

Carusille (lu): Salvadanaio

Casce (lu): Formaggio

Cchêne (nu): Poco

Cciatté (lu): Lucciola

Cecemaragne (lu): Ragno

Célle (lu): Uccello

Cênde (la): Cintura

Cerasce (la): Ciliegia

Cètele (lu): Bambino

Cetrêne (lu): Anguria

Ceuse: Mal ridotto/poco di buono

Chechécce (la): Zucca

Chêcheme (lu): Recipiente in rame con manico, posizionato vicino al fuoco per fare acqua calda

Chechêmbre (lu): Cetriolo

Chênge (lu): Fabbrica di liquirizia

Chénnele (la): Culla

Chiarète (ha): E' ubriaco

Ciambane (la): Zanzara

Ciammaijèche (la): Lumaca

Ciampechêne (lu): Inciampata

Cianghe (la): Gamba

Ciarcélle: Sporco residuo

Ciarfèlle (la): Testa

Ciarrapèche (la): Brina

Ciavàije (lu): Balbuziente

Ciavardélle (la): Ragazza di facili costumi

Ciavarre (la): Vecchia pecora

Cinciapélle (lu): Parte scarta della carne

Ciummenire (la): Camino

Ciuvìre (la): Vecchio carretto con una ruota e due stanghe per trasportare il letame

Cocce (la): Testa

Coppe (la): Recipiente in ferro che serviva per cuocere al fuoco una pizza di granturco

Cresommele (la): Albicocca

Criule (li): Stringhe in cuoio

Cruvélle (lu): Arnese per separare il grano dalle scorie

Cùcchie (la): Crosta

Cucciole (la): Tellina

Cuijéte: Zitto

Curène (la): Garbino

Cuterèzze (lu): Parte posteriore sporgente dei gallinacei

Cuzzêtte (lu): Nuca

 

D

Dapù: Dopo

Ddalènde: Adelinda

Devacarse: Perdere il senno

‘Dduville (a): A nessun posto

 

F

Fahêgne (lu): Fascio di canne acceso

Fangotte (lu): Piccolo involto

Fasce (la): Fascia, striscia lunga di stoffa per avvolgere stretti i neonati

Fasciatére (lu): Stoffa che si adoperava per imbracare i neonati

Fattecce: Doppio

Felàre (la): Pagnotta di pane/(lu) Filare di piante

Felarélle (lu): Arcolaio

Feleppène (la): Vento freddo

Fellacchie (la): Fiorone

Fellèniije (la): Fuliggine

Fèquere (la): Fico

Fetà: Fare l’uovo

Flussiêne (la): Raffreddore

Fraceche: Fradicio

Fraijélle (lu): Due mazze legate per battere il grano

Frascarille (li): Minestra fatta con un impasto di farina di grano per le  puerpere

Frèscule (li): Fiscoli

Fresélle (li): Piccole percosse

Fressêre (la): Teglia con manico che si usa per friggere

Frosce (la): Narice

Fruscétte (la): Ferro al naso dei buoi

Fulmenante (lu): Fiammifero

Funare (lu): Fabbricante di funi

Furcène (la): Forchetta

Furmale (lu): Canale per l’acqua

Furnacélle (la): Fornacella

 

G

Gallenacce (lu): Tacchino

Ganghe (la): Mandibola

Garzamille (li): Tonsille

Giangrassêne (lu): Grassone

Gnàgnere (la): Stato di insoddisfazione

Gnannére (la): Ghiandola

Gnettechète: Impaurito

Gnostre (lu): Inchiostro

Gnucculêne (nu): Rimbambito

Grasce (la): Abbondanza

Guanne: Quest'anno

Guarnélle (lu): Sottoveste

Guappe (lu): Tipo che la sa lunga

Guazze (la): Rugiada

 

H

Hêgne: Ungere

Hêlbe (la): Volpe

Hufàne: Vanitoso

Hufìre (la): Ondata di vento

Humbrate: Turbato

Humìre (la): Vomero

Hurzate: Sazio e soddisfatto

 

I

Ijacce (lu): Giaciglio

Ijamì: Ormai

 

L

Lame (la): Fango

Lamie (la): Volta

Lavatène (lu): Clistere

Leccamése (nu): Manrovescio

Lêcene (la): Susina acerba

Léffe (lu): Coccige

Lemàne (la): Animale

Lêmmete (lu): Scarpata

Lêsche (la): Fetta

Lévete (lu): Lievito

 

M

Maccarunare (lu): Arnese per fare i maccheroni

Magnà: Mangiare

Maiàbbele (lu): Noce più grande con cui si colpivano per gioco altre noci

Mambrucche (la): Carrozza adibita per trasporto merci

Mammocce (lu): Ragazzo

Mandèle (lu): Copri tavolo da cucina

Manìre (la): Mestolo in rame per raccogliere l’acqua dalla conca

Manòppele (lu): Covone

Mariule (lu): Ladro

Marrocche (la): Pannocchia

Masse (la): Impasto di farina, acqua e lievito per fare il pane

Matunélle (la): Tavola dentata per lavare i panni

‘Mbacciatêre (la): Affronto

‘Mbaiatelle (la): Bottiglia ovale rivestita di paglia

‘Mbiastre (lu): Buono a nulla

‘Mbiète (la): Bietola

‘Mbrenà: Rendere incinta

‘Mbrezzechì: Infilzare

‘Mbrundà: Improntare

‘Mfrusciate: Forte inspirazione

Meccechêlle (lu): Pezzetto di pane

Meijechêlle (la): Mollica

Melanguele (la): Sorta di cetriolo

Melegranate (lu): Melograno

Menàcene (la): Albicocca

Mennélle (la): Nastro per legare

Merècule (li): More

Metràbbele (lu): Rastrello per spargere il grano

Mêzze: Guasto

Mêzzette (lu): Misura di capacità

Mingénze: Vincenzo

Misciulène (la): Moina

‘Mmannèbbele (lu): Manovale

‘Mmasciate (la): Faccenda

‘Mmèce: Invece

‘Mmellàrde (lu): Uomo fiacco

‘Mmesciulète: Molle

Morge (la): Grossa pietra

Muccecà: Mordere

Mundachêne (lu): Mucchio

Munnà: Spazzare

Murgêne (la): Donna scontrosa

 

N

‘Ndàsate: Compresso - Occluso

‘Ndêse (la): Udito

‘Ndrangulete (la): Crepuscolo

‘Ndruppecà: Inciampare

Néule (la): Dolce tipico sottile che si cuoce tra due ferri roventi

‘Ngalleriàte: Riscaldato

‘Ngarrà: Serrare

‘Ngascià: Innevare

‘Ngastrà: Incastrare

‘Ngiambechì: Inciampare

‘Ngurdà: Incordare

Nocce (lu): Seme di un frutto - Sansa di olive

‘Nsertà: Innestare

‘Nzimbre: Insieme

Nucélle (la): Nocciolina/arachide

 

O

Ogne: Ungere

Ome: Qualcuno

 

P

Pacchéte: Doppio

Pacchiàne: Donna volgare

Palaférre: Arnese per sollevare pesi

Palêlle (la): Paletta con i bordi laterali rialzati

Paijarène (lu): Addetto a raccoglier la paglia

Paliàte (la): Interiora dell’agnello

Paparazze (li): Frutti di mare con guscio rigido

Parnanze (la): Grembiule

Pazziarelle (lu): Giocattolo

Pêgge (lu): Pulce

Pégge: Peggio

Pendèche (la): Bottega

Pênge (lu): Coppo

Pennàcchie (lu): Scopino

Pennelàte (la): Interiora di agnello

Pertecare (la): Grosso aratro

Pertesennele (lu): Prezzemolo

Pêttele (la): Sfoglia di pasta

Pêttelene (lu): Linguacciuto

Pezzenétte (lu): Teglia in ferro con piedi e manico per friggere sul focolare

Pezzéte: Appuntito

Pianìlle (li): Scarpe basse da uomo

Piggène (lu): Pulcino

Piscène (lu): Spaccone

‘Ppezzenète: Monello - Puzzolente

‘Ppezzutalàppese (lu): Appunta matita

Precoche (la): Pesca con nocciolo aderente

Prèdde (lu): Prete/Tipico arnese che serviva per tenere sollevate le coperte dal letto ed inserirvi un braciere per riscaldare il letto

Preméteche: Prematuro

Pretelécce (la): Piccolo sgabello

Prìtele (la): Sgabello basso

Putêche (la): Bottega

 

Q

Quaijàte (la): Latte raffermato con caglio

Quaije (la): Quaglia

Quaije (lu): Caglio

Quartécce (nu): Quarto di vino

 

R

Ramacce (la): Gramigna

Randènie (lu): Granoturco

Rancasce (la): Grancassa

Rangasêcche: Magro

Rangeche: Rancido

Rànnele (la): Grandine

Rasére (lu): Rasoio

Rattacasce (la): Grattugia

Rêcchie (la): Orecchio

Rempèzze (lu): Piccolo assaggio

Réhe (la): Vicolo

Rênnele (la): Rondine

Rettèche (la): Ortica

Rocce (lu): Persona mal ridotta - Ciotola

Ruccêtte (lu): Piccolo contenitore

Rucchille (lu): Rocchetto per il filo

Rugnunàte (la): Interiora degli animali comprendente i reni

Rumète (lu): Eremita

Runghêtte (la): Piccola falce

Ruscértele (la): Lucertola

Rusciòle (lu): Triglia

 

S

Saccocce (la): Tasca

Saccutiijàte: Scossa

Sagnêne (nu): Uomo grasso e bislacco

Salviétte (la): Tovagliolo

Sandèije (la): Fondo della cisterna

Sbafagne: Puzza

Sbauttète: Atterrito/Impaurito

Sbendate: Sofferente di ernia

Sbudde: Vuoto

Scacchià: Togliere le gemme/Rompere un ramo

Scale (la): Scala/ Arnese per il trasporto della paglia

Scallalette (lu): Arnese in rame con lungo manico e coperchio bucato che conteneva la brace per riscaldare il letto

Scapecullarse: Correre a precipizio

Scardêcchie: Canna tagliata a becco di clarino

Scarecarille (lu): Trappola per uccelli

Scélle (la): Ala

Schiaffà: Includere

Schiaffatêne (lu): Schiaffo

Schijèfe (lu): Pianale in legno o in ferro per portare al forno pane o altri alimenti da cuocere

Schiuppêttate: Fucilate

Schiuppêtte: Battimuro

Sciamannate (lu): Disordinato

Sciambacatène (lu): Scombinato

Sciambagnêne (lu): Prodigo

Sciapète: Insipido

Sciaraballe (lu): Biroccio a più sedili

Sciuscélle (la): Carruba

Scredèbbele: Incredulo

Scrème (la): Riga che divide i capelli

Scucchiapignate: Pendolaccia - Narciso

Scumbassà: Oltrepassare

Scupenare: Zampognaro

Scuntrafatte (lu): Scontroso

Scuppate (lu): Calvo

Sdelluffite: Persona mal messa

Sdentate: Senza denti

Sderrenite: Persona mal messa

Sdiijunì: Rompere il digiuno

Sduvate: Sconnesso

Ségge (la): Sedia

Sellêcchie (la): Baccello

Selléstre (lu): Lampo

Séllere (lu): Sedano

Sêrge (lu): Topo

Sfasciulàte: Sgangherato

Sflésse (nu): Scroscio

Sfoije (la): Sfoglia

Sfrècule (lu): Pezzetto di carne di maiale soffritto

Sfruscì: Dilapidare

Sgaijêne (lu): Dente del giudizio

Sgrêije (la): Canna tagliata a becco di clarino

Sgubbate (lu): Gobbo

Siggêtte (la): Piccola sedia

Smazzà: Usare per la prima volta un mazzo di carte

Smangenìte: Mancino

Some (la): Soma/Corredo nuziale della sposa

Spare (la) - Sparêne (lu): Strofinaccio

Spêculatere (lu): Approfittatore

Spènnele (la): Piccolo trapano a mano

Spennelì: Cavare il vino dalla botte

Spéte (lu): Sputo

Spête (lu): Spiedo

Speccechìte: Similissimo

Spetteliêne: Spinta

Spicciatére: Bandiera metallica che sta in cima alle torri ed indica il verso del vento

Spìrne (li): Asparagi

Spurte (lu): Portico

Squatricchiàte: Sciangato

‘Ssummahàte: Ansioso

Stélle (la): Pezzo di legno

Stêlle (la): Stella

Stennemasse: Stendipasta

Strangaganasse: Castagne secche e crude

Strangaijêne: Pasta grossa

Strapèzze (lu): Stoffa triangolare per stringere la testa

Stratte (lu): Concentrato di pomodoro

Stravedé: Considerare esageratamente

Strengarélle: Fettuccine

Streppà: Estirpare

Streppare (la): Sterpara

Strettêre (lu): Morsa in legno

Strèzze (lu): Venticello freddo

Stricèseme (lu): Nervosismo

Stròpele (lu): Cerbottana - Uomo di bassa statura

Struppiìjte: Storpio

Struscelarélle (la): Scivolo

Struzzapridde: Uova sbattute e rafferme in brodo

Stummachêgne: Stomachevole

Stuppélle (lu): Misura di grano

Surgette (li): Gnocchi

Svuddêcchie: Curva stretta e veloce/deviazione repentina del discorso

 

T

Taccunèlle (li): Tagliolini

Tastête: Solido

Tertêre (lu): Pezzo di legno da ardere

Tiijélle (la): Teglia

Toste: Duro

Traije (la): Carro agricolo senza ruote

Trambe: Instabile

Trammàije: Tram - Tipo pesante e lento

Trappète (lu): Frantoio

Trasanne (la): Sporgenza del tetto

Trêsche (la): Trebbiatura

Treschêne (lu): Gazzarra scomposta

Tresemarène (lu): Rosmarino

Tretacafé (lu): Macina caffè

Trezzechì: Dondolare

Trocche (lu): Recipiente per mangiare

Treppìte (lu): Treppiedi

Trufulêtte (lu): Salvadanaio

Tumbìre: Pioggerella lenta e insistente

Tuppelêne (lu): Grossa zolla di terra

Turzètte: Grassottello

Tuzzulà: Bussare

 

V

Valecàte: Infeltrito

Vandiòle (li): Convulsioni

Varéscele (li): Onde del mare

Varve (la): Barba

Vedélle (la): Budello

Velocche (la): Chioccia

Vennerècule: Persona che vende al mercato

Verrêse: Garretto

Vetècchie (lu): Vitalba

Visciòle (la): Bolla cutanea

Vrêgne (la): Prugna

Vrèscele (li): Amarene

Vriscèle (lu): Stomaco del pollo

Vuddecà: Rovesciare

Vuscechì: Rimescolare

 

Z

Zaijòcche (lu): Grumo di farina impastata

Zappaterre (lu): Contadino

Zéffele (lu): Fischietto

Zêmpe (lu): Salto

Zêzze: Sporco

Zêzzene (lu): Sporcaccione

Zòcchele (la): Grosso topo - Donna da trivio

Zumbà: Saltare

Zurrêne: Ragazzo dalla capigliatura abbondante e disordinata

‘Zzahotte (lu): Discolo

‘Zzozze (la): Melma

‘Zzuffênne (a): In abbondanza

‘Zzuffelì: Soffiare

‘Zzuffelatére: Per soffiare sul fuoco

  © Tutti i diritti sul materiale pubblicato in questa pagina sono di proprietà dell'Autore Don Giuseppe Di Filippo.
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